Paese che vai titolo che trovi – 1

il

The importance of being Earnest/Onesto/Ernesto

Onesto o Ernesto, questo è il problema. Per noi Italiani, non per Oscar Wilde !

In inglese infatti Earnest (aggettivo) e Ernest (nome proprio) si pronunciano esattamente allo stesso modo, creando il gioco di parole che regge tutto l’impianto narrativo di questa famosissima commedia.
In Italiano, Ernesto è un nome proprio, Onesto è un aggettivo. Nulla vieta alle mamme di chiamare il proprio figlio Onesto, Probo … e affibbiargli così un nome che li segnerà per il resto della loro vita, ma convenzionalmente, quei termini non richiamano alla mente nomi propri. Earnest sì.

In italiano è praticamente impossibile rendere con la stessa parola i due significati. O almeno, lo è senza snaturarne un po’ il senso.

La cosa divertente di questa faccenda è che non è stata adottata una traduzione “convenzionale” e quindi non è insolito trovare i due titoli, l’uno accanto all’altro, negli scaffali delle librerie, in base alla casa editrice. Ma non solo. Ci sono editori che hanno adottato entrambi i titoli nel proprio catalogo, così, per non far torto a nessuno.
Sulla base di una piccola e superficiale ricerca condotta dalla sottoscritta nelle librerie, le edizioni che recano onesto al posto di Ernesto sono più recenti.
Sì, credo sia più corretto usare questo termine anziché il nome proprio, anche se io resto ancorata alla tradizione, per me il titolo sarà sempre L’importanza di chiamarsi Ernesto, forse per l’assonanza con l’originale, forse per abitudine.
Un altro aspetto che muta nella traduzione italiana è il verbo. Si focalizza tutto l’interesse sulla diatriba tra Onesto ed Ernesto, e si abbandona quel “being”, che come per incanto si trasforma in “chiamarsi”, quando in inglese c’è un semplice ma fondamentale “essere”.
La traduzione letterale sarebbe da preferire anche per questo motivo “L’importanza di essere onesto“. Ernesto è Onesto (o almeno finge di esserlo) ma non si chiama Onesto (e nemmeno Ernesto). Vi prego leggetevi la commedia, non fatemi svelare il trucco.

Ma avete mai provato a trovare una soluzione ?

Siamo sinceri, il problema di traduzione c’è eccome, e non è risolvibile. Lost in translation per citare un famoso film, che cita un problema tangibile per i traduttori di tutto il mondo. Ma se volessimo giocare potremmo scervellarci a trovare un nome proprio che racchiuda in sé un po’ del significato originale del titolo. Che ne dite di Franco ?

Franco è un nome proprio (mio zio si chiama così), forse non tanto comune , ma lo è.
Franco significa anche leale, schietto, sincero. L’importanza di essere Franco.

Ok, non significa ONESTO … ma quel “sincero” almeno si avvicina un minimo. Meglio di ERNESTO. E così si potrebbe mantenere il gioco di parole. Tradendo, ma non del tutto, l’intento di Oscar Wilde.

Ma proprio mentre mi convinco che annose diatribe sulla traduzione di questo testo avranno senza dubbio sviscerato anche questa possibilità senza adottarla, scopro che in Italia il libro è comparso anche con il titolo “L’importanza di chiamarsi Franco“, e piuttosto recentemente. Ma “Chiamarsi” ? Ancora ?

E Voi lettori, che ne pensate ?

Per vedere anche altri episodi della serie, clicca qui:  “Paese che vai titolo che trovi“.

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6 commenti Aggiungi il tuo

  1. kasabake ha detto:

    Geniale.
    In una sorta di ragionamento in progress (così mi è apparso il tuo articolo, quasi pensassi a voce alta, soppesando le varie ipotesi e selezionando infine la migliore), tu la soluzione l’hai trovata ed altro che Uovo di Colombo o Nodo di Gordio… tu hai davvero trovato la migliore traduzione possibile all’originale commedia in tre atti del grande Wilde: l’unico titolo giusto e possibile è quello che hai creato tu stessa, semplicemente sommando assieme il primo ed il secondo ragionamento che hai fatto ed ossia “L’importanza di essere Franco
    Franco è un nome proprio perfettamente conosciuto da tutti e mentre la frase “l’importanza di chiamarsi Franco” non avrebbe espresso chiaramente il gioco di parole, oltre ad essere grammaticamente forzata, la semplice traduzione letterale di “being” genera il titolo perfetto.
    Qualsiasi altra considerazione sarebbe ridicola ed inopportuna.
    Non è un caso, inoltre, che una trasmissione decisamente nazional-popolare come “Uno Mattina” ospiti ogni giorno la rubrica dal titolo “Sarò Franco”, condotta dal giornalista Franco Di Mare, che ha voluto chiamare egli stesso in quel modo lo spazio editoriale che dirige proprio per il gioco di parole tra la sincerità delle sue parole (leggasi “franchezza”) ed il suo nome di battesimo.
    Quindi, si avrebbe anche un precedente televisivo sicuramente essoterico e comprensibile a chiunque.
    Ancora una volta, complimenti, Elena!

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    1. Elena ha detto:

      Caro Kasabake, sei sempre benevolo nei miei confronti, grazie! Sì questo post è stato uno “stream of consciousness” . Adoro questa commedia di Wilde, non ho mai accettato il trattamento riservatole dai titolisti, che spesso, se non sempre, sono addetti marketing e non traduttori.

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  2. IsolaFenice ha detto:

    Non ci avevo mai pensato! Ottimo post!
    Vi ho nominate per il Liebster Award, se avete tempo e voglia di guardarci, il link è qui: https://occhiocotto.wordpress.com/2015/10/09/liebster-award/
    Ciao!

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  3. mchan84 ha detto:

    Infatti il “problema”, se così vogliamo chiamarlo, sta nel verbo non tanto nel nome, che in italiano non ha lo stesso gioco sinfonico. Invece il verbo è completamente sbagliato nella traduzione e questo si poteva evitare. Ricordo che quando lo studiai al liceo, in letteratura inglese, ne parlammo molto. Io ho la versione con il titolo “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, ma la prof ci spiegò ampiamente il “problema” di traduzione. Ora, è solamente un titolo, il resto della storia è tale e quale a come Wilde l’ha scritta, però io sono abbastanza fiscale con le traduzioni dei titoli. Dovrebbero essere fedeli a quelli originali, salvo dei giochi di parole intraducibili. Sono un po’ fissata, lo so… 🙂
    Mchan

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    1. Elena ha detto:

      Il problema sta in “tutto” mia cara, Verbo, Nome … perché voler sempre tradurre tutto ? Capisco i libri giapponesi o svedesi, ma inglese …eek!!… a volte certi titoli potrebbero lasciarli lì come sono no?

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      1. mchan84 ha detto:

        Al giorno d’oggi sì, ma anche solo una ventina di anni fa sarebbe stato un po’ complicato. Comunque io sono a favore del tradurre i titoli, letteralmente o quasi però. Perché ci sono ancora persone che con l’inglese hanno svariati problemi. La cosa che capisco molto meno è il lasciare i titoli originali con la traduzione fantasiosa sotto, che però, al momento, succede solamente per i film fortunatamente.
        Mchan

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