AMY: UNA VOCE FUORI DAL CORO

Dopo il docu-film sulla vita di Kurt Cobain, uscito lo scorso maggio; il 3 luglio è stato proiettato nelle sale londinesi il documentario sulla vita e sulla carriera di Amy Winehouse, anticipando di pochi giorni l’anniversario della sua morte avvenuta il 23/07/2011. Il film non l’ho ancora visto però spesso e volentieri ascolto l’album che l’ha lanciata nel firmamento musicale.

Back to Black è uno di quei dischi che non possono mancare in una biblioteca discografica che si rispetti, perché è un album semplicemente: eccezionale. Ogni traccia è carica di emozioni, piena di pathos, colma di un talento fuori dal comune ed è proprio ciò che ha contraddistinto l’artista nella sua, seppur breve, carriera. La Winehouse aveva la voce nera del soul, sopra un esile corpo bianco, sia nella timbrica vocale ma ancor di più nel suo stile di vita; si perché, le donne del soul e del rhythm&blues degli anni ’40 e ’50 trasportavano le loro burrascose vicende d’amore sui vinili e lei, a distanza di più sessant’anni dalla condizione che vivevano le black women, ha mantenuto fede allo stile e al mood delle le tracce cantate nel suo secondo album. Per scrivere un brano come: Love Is A Losing Game, bisogna sicuramente aver patito delle grandi delusioni, perso ogni speranza e vissuto grosse sofferenze; ovvero tutto quello che serve per cantarla con lo spirito giusto, unito alla tecnica di una strepitosa cantante. Le evoluzioni vocali di Amy, composte da scale e vibrati, le riuscivano più naturali che le parole stesse. Il suo forte accento londinese rendeva ogni discorso confuso e poco chiaro. Nel mio ipod ho una sua intervista riguardo appunto l’album in oggetto e francamente, mi è riuscito parecchio difficile capire il senso di ciò che aveva dichiarato. Eppure, quando cantava si sentiva ancor prima della voce, il cuore; in seconda battuta arrivava il testo del brano. Questo è possibile solo quando l’interpretazione si fonde con la tecnica, poi c’è da aggiungere il sound perfetto ed il groove liscio ma carico e potente, come un whisky caldo e penetrante. Non a caso il binomio alcol e musica con la Winehouse andavano a braccetto, purtroppo. L’epilogo della sua esistenza è noto a tutti, ma la causa per il quale ciò è avvenuto forse è ben nascosto ai più. Io non voglio fare dei finiti moralismi, o della retorica spicciola, però, come tutti gli artisti che fanno parte del “club 27”, dietro alla morte di costoro ci sono cose che sovrastano gli alcolici e le droghe; prima di tutto ci sono il genio ed il disagio legati stretti uno con l’altro, conseguentemente a questo arriva tutto il resto.

Nel caso della Winehouse, penso le sia stato fatale la fusione del personaggio pubblico, con la persona comune; nonché, dei disturbi personali enormi e un entourage di gente che non l’ha saputa ascoltare, aldilà della sua incantevole voce. In eredità però abbiamo un disco pieno di emozioni e sensazioni, 11 tracce che pesano come oro per il loro valore ed irripetibile come solo un capolavoro sa essere.

La prima volta che ascoltai il singolo Rehab, ero sicuro del successo che avrebbe ottenuto in seguito, perché era qualcosa che mancava in quegli anni, o meglio, era un atteso ritorno per un musica dal sapore vintage e dalle atmosfere retrò, tanto care ai critici musicali, quanto ai teenager in cerca di nuovi cantanti da idolatrare. Per questo motivo dodici milioni di persone che come me, hanno acquistato quest’album, si sono fatte travolgere dello spirito soul e dal talento di un’artista unica. Dodici milioni di persone, in fin dei conti, non possono sbagliare.

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