Raymond Queneau – Zazie nel metrò

Assolutamente anti-convenzionale, quasi al limite dell’assurdo, neologismofilo. Quest’ultimo termine, che non sono sicura esista davvero, vuole solo essere un ‘omaggio’ alla capacità creativa lessicale disseminata nelle pagine di Zazie nel metrò (solo per fare alcuni esempi, si utilizzano termini come ‘sonnivoro’, ‘telefunzionare’, ‘polizioide’) . Si rimane interdetti scorrendo i primi capitoli, è necessario adeguarsi alla traduzione che tenta di riprodurre quei guizzi linguistici presenti nell’originale francese, bisogna calarsi passo passo nella storia e farsi avvolgere dagli eventi ‘zazistici’.
Zazie è la protagonista, o meglio la co-protagonista, di una vicenda corale e solo apparentemente semplice: una bambina/ragazzina viene lasciata per un paio di giorni a Parigi dallo zione Gabriel, ammogliato e dalla professione ambigua.

Fin qui niente di particolare, se non fosse che i personaggi vivono le vicende quasi si trattasse di caratteri del teatro comico: la bambina/ragazzina sboccata e ribelle, lo zio orco che rivela un animo sensibile, la moglie discreta, il calzolaio impiccione, la cameriera innamorata del cognato dello zio orco, l’agente-non agente che insegue prima la bambina/ragazzina, poi la vedova molesta e invadente (che pare non disdegnare affatto), per finire innamorato alla follia di un’altra (se leggerete, scoprirete di chi si tratta). Ah! In tutto questo bailamme non può mancare il pappagallo del proprietario del bar (nonché padrone di casa dello zio orco che rivela un animo sensibile) che solo apparentemente ripete all’infinito la stessa frase, diventando più volte personaggio attivo, ma inascoltato.
Le vicende rasentano per certi versi l’assurdo, i personaggi si intrecciano e si incrociano come se fossero gli unici abitanti della città, si legano e si rimescolano senza regole precise se non per il puro gusto dell’autore che li manipola a suo piacimento rivelandosi un sapiente burattinaio.
Me li sono proprio figurati mentalmente (come del resto si fa con tutti i libri) con trucco eccessivamente e volutamente marcato, abiti sgargianti, a recitare su un palco con scenografia girevole, in cui loro rimangono fissi sulla scena e cambia il panorama intorno.
La definizione migliore di questo testo, che riporto fedelmente di seguito, è, però, quella che viene pronunciata direttamente da Gabriel che in tono amletico si riferisce all’autore in questi termini:
“L’essere o il nulla, ecco il problema. Salire, scendere, andare, venire; tanto fa l’uomo che alla fine sparisce. Un tàssi lo reca, un metrò lo porta via, la torre non ci bada, e il Pànteon neppure. Parigi è solo un sogno, Gabriel è solo un’ombra (incantevole), Zazie il sogno di un’ombra (o di un incubo) e tutta questa storia il sogno di un sogno, l’ombra di un’ombra, poco più di un delirio scritto a macchina da un romanziere idiota (oh! mi scusi!).”
In definitiva è un libro strano, ma nella connotazione più positiva del termine.
Anti-convenzionale come chi me lo ha suggerito.

Titolo: Zazie nel metrò
Autore: Raymond Queneau
Editore: Einaudi
Collana: ET scrittori
Pagine: 163
ISBN: 978-88-06-22336-6

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Godot ha detto:

    Di Queneau ti consiglio anche “Esercizi di stile” (meglio se conosci il francese) e “Les fleurs bleu” 🙂

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    1. Natalia ha detto:

      Adesso sono diventata davvero curiosa! Questa mattina, prima che leggessi quanto da te scritto, mi è stato proprio consigliato “Esercizi di stile”. Farò presto un salto in lbreria (e anche sul tuo blog)!
      Grazie per il suggerimento 😀

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  2. Tiziana ha detto:

    Grazie Natalia! Mi hai riportato indietro nel tempo. Questo è un libro che ho amato follemente da ragazzina. Hai ragione nel definirlo anticonvenzionale nel senso migliore del termine: libero e senza autocompiacimenti. Corro subito a rileggerlo!!😍

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    1. Natalia ha detto:

      Ma grazie a te! Tu lo hai proprio riassunto alla perfezione: ‘libero e senza autocompiacimenti’. Spesso chi scrive sente il bisogno di aderire ai canoni di una letteratura ‘standard’, rassicurante e convenzionale. Queneau, invece, sovverte proprio questa idea e si diverte a giocare con la storia e con le parole. Davvero una bella scoperta! Buona rilettura! 🙂

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