Cuore Cavo – Viola di Grado

Avete mai immaginato la vostra morte? ( Tipo chissà come sarà morire ?)
Vi siete mai spinti fino alla visione del vostro corpo in decomposizione?
Sarà poi vero che l’anima continua una nuova vita o finisce tutto nel momento del trapasso?
Domande che chiunque nel corso della propria vita, secondo me, prima o poi si pone. Dorotea Giglio fa di più: sperimenta la vita dopo la morte e decide di raccontarcela!

“Nel 2011 è finito il mondo: mi sono uccisa.”
Così comincia il diario post mortem di Dorotea Giglio, 25 anni, catanese ed una noia tanto invadente/invalidante quanto la drammatica eredità donatale dalle donne della sua famiglia.

E’ stanca di vivere, Dorotea, o meglio è stanca di vivere “la solita vita di tutti i giorni”, con una mamma sempre distratta, una zia stralunata ed un mondo che non la capisce. Dunque decide di dare una scossa alla monotonia, così, tanto per vedere che effetto fa, distesa nella vasca da bagno in casa, con uno dei suoi vestiti preferiti (quello rosso!) si concede alla morte, tagliandosi i polsi e abbandonandosi alla pace … o a quello che lei pensava potesse essere pace. Mentre il corpo la sta abbandonando, infatti, l’anima continua a palpitare di vita propria e Dorotea si scopre entità tra gli umani, capace di passare tra i muri e di volare sulla città. Comincia quindi una meticolosa descrizione della sua decomposizione: dal blocco inesorabile dei vari organi, alle migliaia di insetti e parassiti che si cibano via via di ciò che rimane di lei. Il 24 luglio 2011 Dorotea comincia la sua nuova non-vita: un lavoro come commessa in una cartoleria, la possibilità di interagire a suo modo con il mondo reale, innamorarsi, andare e venire a suo piacimento dalla vecchia casa alla nuova casa ovvero la tomba nel cimitero di Catania. Un racconto duro e senza fronzoli, una tragedia al contrario che si apre con il dramma e si chiude con la speranza di una nuova vita che comincia.

Vorrei raccontarvi un po’ di più della trama e delle vicende narrate dalla Di Grado, ma più ci penso e più non riesco a rendere criticamente, senza esprimere sin da subito le mie opinioni, la sinossi pura e semplice. Vorrà dire che il libro mi ha segnato e pertanto mi è piaciuto oppure che, al contrario, mi ha lasciato indifferente e pertanto non riesco a fissare le linee guida della storia?!
In realtà ammetto che a distanza di qualche mese dal termine della lettura, questo libro non ha ancora trovato una collocazione ben precisa nella mia biblioteca mentale: gli spunti di riflessione e le chiavi di lettura presentate dalla Di Grado sono molteplici, ma i pensieri che si dipanano durante la storia sono caotici e la maggior parte delle volte irrisolti. Perciò io vi racconto la mia e se avrete voglia di leggere il libro, lascio a voi l’arduo compito di capire se si tratta di puro talento giovanile (così come è stato ampiamente descritto dalla stampa) o semplicemente di una boiata pazzesca …

1° perplessità – La cronaca meticolosa e costante della decomposizione del corpo è sicuramente una trovata geniale e che ben si confà all’aura noir/splatter/emo della storia ma … “il troppo storpia”: più si va avanti nella lettura e nel conteggio delle vene che si rompono e delle uova depositate da mosche sarcofaghe e scarafaggi e più si trasforma tutto in un desiderio voyeristico e patologico della visione del corpo umano … è spinto tutto fino all’esasperazione … un racconto che vuole strizzare l’occhio a Tarantino, C.S.I. e Frank Miller (Sin City), ma che finisce per diventare semplicemente un tic nervoso della palpebra. … Boh …

2° perplessità – Dorotea decide di suicidarsi ma in realtà non vuole farlo! Sembra quasi che si penta due secondi dopo aver affondato la lama nei polsi rimanendo quindi attaccata alla vita più che durante il suo trascorso terreno. La storia rimane sempre in bilico tra realtà e aldilà: Dorotea continua a lavorare (da morta!) nella cartoleria dove lavorava da viva, parla tranquillamente con il suo datore di lavoro e si innamora (!!) a tal punto da pretendere che il suo innamorato (vivo!) la ricambi … mah …

3° perplessità – Ho trovato interessantissimo lo spunto del disturbo comportamentale ereditato dalla sua famiglia. Dorotea proviene da una famiglia disturbata: a partire dalla nonna materna, passando dalle zie un po’ strampalate (una delle quali apparentemente morta suicida in un lago!), per finire alla mamma fotografa/donna in carriera/donna fallita/donna abbandonata/donna sull’orlo di una crisi di nervi (immaginatevi una Laura Morante in uno dei suoi ultimi 20-30 film, esattamente così!). Chissà come mai Dorotea a 23 anni comincia a frequentare lo psicoanalista, ad imbottirsi di psicofarmaci, per terminare con un suicidio e con un interesse maniacale ed ossessivo per tutti i fantastici amichetti che cominciano a divorarla dopo la sua morte! Tutto parte bene … ma poi si ferma bruscamente, mi aspettavo un’analisi un po’ più accurata delle dinamiche psicologiche e comportamentali che muovono i personaggi ( … e sicuramente Viola Di Grado qui mi direbbe: “Ma leggiti un saggio sulla psicologia e lascia stare il mio romanzo, che come tale non ha la pretesa di sciorinarti teorie sulla psicoanalisi!!!” …) … a ri-mah …

4° ed ultima perplessità – Se per un libro che alla fin fine non mi ha colpito tanto ho dovuto rimuginare qualche mese per decidere se scrivere o meno un articolo, riportando minuziosamente per paragrafi le mie opinioni e soprattutto se a distanza di tanto tempo dalla lettura questa storia muove ancora in me pensieri discordanti e non lineari, sarà che il libro in realtà è riuscitissimo nel suo intento??? Lo scopo di smuovere i pensieri e riflettere sui vari spunti buttati lì, in attesa di essere aggrediti e spolpati fino all’osso … ooops … ho usato una metafora molto splatter … noir … mmm … forse sì … sì, forse il libro è RIUSCITO …mah …

Anno 2013
Casa Editrice: Edizioni e/o
pagg. 166
ISBN: 9788866322542

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6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Elena ha detto:

    Avete mai immaginato la vostra morte? ( Tipo chissà come sarà morire ?) Vi siete mai spinti fino alla visione del vostro corpo in decomposizione?

    No grazie !! Cioè .. a parte la certezza che prima o poi tocca a tutti perchè soffermarsi un una cosa del genere? Meglio concentrarsi sulla vita. Ok, va bene, ogni tanto, soprattutto quando ci si ha a che fare perchè viene a mancare una persona cara, si pensa alla morte, e forse un po’ di timore emerge, ma no, mai in questo senso. Mai “come sara” e tanto meno mai come Viola di Grado ha fatto in questo libro. Che non ho letto e che non credo leggerò dopo aver letto il tuo articolo. Mi sembra un po’ splatter, mi sembra che indugi su certi particolari più per “voyerismo” (passami il termine) e marketing che per comunicare davvero qualcosa. E alla fine sì, ha raggiunto il suo scopo, siamo qui a parlarne e a incuriosire la gente.

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    1. Antonella ha detto:

      Io invece a volte ho “sfiorato” questi pensieri, per poi ricacciarli quasi subito nel profondo perché abbastanza ansiogeni! Sono quelle domande esistenziali senza risposta (almeno per i vivi 😉 ) che tanto hanno alimentato cinema e letteratura (“The others”, “Il paradiso può attendere” solo per citarne un paio).
      Comunque non volevo bloccare le vendite e la diffusione del libro (…spero che Viola Di Grado non si offenda! 😀 ), quindi se dovessi cambiare idea sappi che il libro è disponibile 🙂

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  2. Antonio ha detto:

    Ho letto anche io il libro!
    Devo dire che l’effetto è stato lo stesso … Boh!
    Le premesse c’erano tutte! Mi incuriosiva il racconto della classica “vita dopo la morte terrena” raccontata attraverso la voce di una ragazza che decide di suicidarsi ma, pagina dopo pagina, mi accorgevo che le chiavi di lettura evidentemente non erano le stesse.
    Le aspettative, assieme ai temi centrali della storia, si sono rivelate altre.
    Sarà il palpabile distacco emotivo con cui tutto viene menzionato.
    Sarà stata questa non troppo convinta e convincente aria noir che sembrava voler avere il libro.
    Saranno i paradossi e le forzature alla trama.
    Sarà la macchinetta … sarà il caffè … sta di fatto che davvero: BOH!
    Ho avuto la percezione di non riuscire a cogliere nulla del senso della storia.
    Non ho avuto neanche una sensazione di fondo, scopo ultimo di molti libri che ho letto.
    Nulla.
    Magari c’è ma almeno io non l’ho colto.
    Condivido le stesse perplessità Antonella.
    Ti dirò di più … a tratti mi sembrava di essere davanti a quei tentativi d’arte “chiacchierata” simili alle sedie in mezzo a stanze vuote o tele graffiate, addirittura meravigliose per moltissimi ma estremamente vacue per il sottoscritto.
    Boh … molto più semplicemente magari il target del libro non era la nostra generazione 😉 .
    Saluti.
    😀

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    1. Elena ha detto:

      è senz’altro la macchinetta del caffè, e il suo caffè …. 😀 . Beh, probabilmente hai ragione, questo libro non è pensato per gli over 25 😉

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    2. Antonella ha detto:

      E’ brutto quando un libro ti lascia a bocca asciutta! Volendo continuare con le citazioni: belle le premesse, sonorità intense … ma per me è NO! 😛
      Pensandoci su, sarebbe utile indicare sulla copertina dei libri il pubblico a cui sono rivolti (tipo i bollini per i film in tv), così almeno si è preparati e consapevoli 😀

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  3. wwayne ha detto:

    Ciao Antonella! Volevo segnalarti che anch’io ho recensito un nuovo libro: http://wwayne.wordpress.com/2014/11/20/amori-proibiti/. 🙂

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