In Time – Andrew Niccol

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Pensate ad un mondo dove, una volta isolato il gene dell’invecchiamento, questo viene reso inattivo dopo i 25 anni. Potenzialmente tutti sono immortali. Ma un mondo sovrappopolato avrebbe vita breve, così il tempo è diventato moneta, la vita si paga in minuti, ore, mesi… e quindi solo i ricchi possono vivere per sempre. Gli altri consumano il loro tempo per pagare le bollette.

Ma l’immortalità è perfetta come la si pensa? Oppure ti consuma ?

Henry Hamilton, un miliardario centenario con il visino e le fattezze di Matt Bomer 😉 non ne può più, e allora decide di andare nel ghetto, dove ci sono quelli che per un solo minuto in più di vita ti fanno fuori senza pensarci. Ma sfiga vuole che nel bar dove ha deciso di andare per attirare l’attenzione dei più disperati c’è Will Salas, alias Justin Timberlake, che è sì un disperato senza tempo, ma è anche uno onesto.

Così quando finalmente qualcuno si decide a fregare il nostro gran bel miliardario, arriva lui e lo salva. Ma Hamilton è stufo davvero di vivere. Il corpo può restare quello di un venticinquenne ma l’anima si consuma, così decide di regalare i suoi cento e passa anni a Will, che di colpo si ritrova pieno di tempo e con la polizia alle calcagna. Perché nessuno è così matto da essere immortale e suicidarsi, no? E già qui il film prende una brutta piega, avendoci private della visione celestiale del bel Matt Bomer. Eccheccavolo !!!

Ma torniamo a noi (e in noi). Will, che ha appena perso la madre, viene immediatamente indagato per la morte di Hamilton. Insomma, chi crederebbe che un figo, centenario, miliardario, regalerebbe tutto il suo tempo ad un poveraccio solo perché gli sta simpatico ?

Braccato dalla polizia e logorato dal dolore diventa un fuggiasco, deciso a sovvertire l’ordine della società in cui vive.
Il suo scopo è riuscire a donare più tempo a coloro che non possono permettersi di acquistarlo.

Cercherà di mettere in atto il suo piano con l’aiuto di Silvia Weis (Amanda Seyfried), figlia viziata di un ricco magnate, e ricordate che qui non si parla di denaro ma di tempo. Ci riuscirà? Non ve lo dico !!!!

L’idea in se era potenzialmente geniale se sviluppata bene, invece qui siamo di fronte ad un’occasione sprecata . Purtroppo Andrew Niccol non approfondisce nulla , nessun aspetto viene trattato con cura. Interessante solo la dicotomia tra la vita dei poveri e quella dei ricchi. Nel quartiere bene si vive con calma, nel ghetto si corre. I ricchi hanno talmente tanto tempo da sprecarlo, e per la paura che qualcuno glielo porti via, non vivono veramente. I poveri vivono succhiando ogni secondo.

I due protagonisti sono disegnati sulla falsa riga di due futuristici Bonnie and Clyde,ma man mano che la trama si sviluppa risultano appiattirsi, e la storia si avvita su se stessa, diventando alquanto prevedibile. Non è colpa degli attori, che seppur bravi, non convincono in questi ruoli, i loro personaggi non hanno spessore emotivo. Sono semplicemente abbozzati. Tutto ruota intorno ad un’estetica patinata.

Chissà cosa sarebbe diventata questa storia messa in mano ad altri autori. Continuo a pensare che l’idea era buona e che ci potessero essere spunti interessanti per creare un gran bel film. Peccato!

Siamo abituati a molto di meglio.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Antonio ha detto:

    Sono d’accordo!
    Il film è godibile e carino ma…un po’ l’amaro in bocca in effetti lo lascia.
    Alla conclusione del film mi è venuto da pensare: TROPPA CARNE AL FUOCO.
    Vengono ben tratteggiati, secondo me, solo alcuni aspetti delle premesse iniziali e quì chiederei il vostro parere da cinefile 😉 :
    – l’emblematica ma sostanziale sottolineatura di un mondo in cui l’eterna giovinezza diviene addirittura una condizione tanto imprescindibile da essere naturale;
    – L’inquietante pragmatismo nella visione, che passa in pochi attimi ma che rimane di sottofondo, secondo la quale sia, addirittura, quasi necessario che la grande massa sia costituita dai “poveri” e dai loro elevati tassi di mortalità (a parti invertite non ci sarebbe abbastanza spazio sulla terra);
    – I differenti toni di colore e dunque il differente senso di appartenenza dello spettatore quando si passa dai colori fermi e decisi del ghetto all’ovattato e luminoso mondo del “quartiere bene”;
    – L’ineludibile cinismo sociale tra i poveri e la sua costante assenza tra i ricchi, sostituito dalla profonda indifferenza tra i ricchi che invece scompare tra i poveri.

    Tutto questo, tuttavia, rimane troppo di sottofondo e si perde dietro le corse stile guardie-e-ladri e l’estetica patinata che citavi tu per prima, Elena.
    Sono molto d’accordo anche sulla considerazione che fai dello spessore emotivo…
    non pervenuto-assente-ne vogliamo parlare-boh-magari il mio è rotto o giù di lì.
    🙂

    Un saluto e ancora tanti auguri per il vostra prima candelina 😀

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