Il tempo e’ un dio breve – Mariapia Veladiano

Ho comprato questo libro alcuni mesi fa  sull’onda dell’emozione suscitata dalla copertina, con quei colori tenui e il piccolo uccello che danno una impressione di serenità. Come se fosse stato fermato sulla carta un istante perfetto. Anche il titolo mi è piaciuto moltissimo, sempre per quella idea dell’attimo eterno suggerita dalla copertina.
Tornata a casa ho letto con la dovuta attenzione la trama e mi sono preoccupata. Non perché abitualmente legga testi cosiddetti leggeri – e in effetti li preferisca- ma perché il tema vero di questo testo è qualcosa che conosco bene e con cui non avevo più la forza di misurarmi. Questo spiega la lunga gestazione di questa lettura.
In realtà il libro si legge velocemente perché è scritto molto bene, con la qualità e profondità di una parola che accompagna felicemente la lettura. Inoltre il carico di emozioni, sentimenti e pensieri del testo è talmente pesante che ci si sente spinti ad uscirne velocemente per poter respirare con più facilità e poter prendere le distanze necessarie per apprezzarne il valore.
Insomma un testo potente e non facile, da meditare e con fatica.
E non potrebbe essere diversamente quando ci si interroga su come possa conciliarsi la presenza di Dio con la potenza del dolore nel mondo. Specialmente se il dolore è quello dei bambini, degli essere innocenti.
La storia è quella di Ildegarda, teologa che lavora a Milano scrivendo per una rivista cattolica. È sposata con Pierre e abita nella grande dimora padronale della nobile famiglia del marito e in cui vive anche la suocera. Elemento centrale intorno a cui ruotano la vita e le ansie di Ildegarda è il figlio Tommaso. Sarà proprio la presenza del figlio, mai voluto né accettato, a spingere Pierre ad allontanarsi senza dare spiegazioni alla moglie, accettando, all’insaputa di lei, un posto di lavoro a Londra. Annichilita da questo dolore Ildegarda vive i mesi successivi cercando unicamente di tutelare l’incolumità fisica e psicologica del figlio. Finché a Natale, in un ambiente fatato, conosce Dieter, pastore protestante devastato dalla perdita del figlio e dall’allontanamento successivo della moglie.
L’incontro di due anime così pure, benché ferite, sembra portare consolazione e precludere ad un nuovo inizio. E così avviene. Ma la paura più grande di Ildegarda sembra concretizzarsi quando Tommaso ha un attacco devastante di epilessia. Disperata per la consapevolezza che il figlio potrebbe non sopravvivere Ildegarda contratta con Dio la sua salvezza. Di ciò che segue preferisco tacere.
Sono molti i pregi di questo testo scritto con grande attenzione e sicuramente molto meditato. Il più grande è l’aver riposto nelle mani di una madre – e non di una teologa – l’ interrogativo più grande che ci pone l’onnipotenza di Dio in un mondo in cui è presente il male. Ildegarda si interroga su Dio, lo affronta , lo provoca e lo implora. Non si avvale delle risposte precostituite che forse potrebbe ritrovare nei suoi studi. E così, senza fare e farsi sconti, trova il suo modo per stare accanto a Dio. Che Ildegarda abbia un rapporto difficile ma attivo con Dio sorprende se si pensa che invece accetta come un fatto ineluttabile la debolezza e la anaffettivita’ del marito che considera come tare psicologiche dovute al fatto di non essere stato amato dalla madre. Anche rimanere a vivere insieme alla suocera ( un personaggio da romanzone dell’800) dopo la fuga del marito appare una scelta debole. È come se tutta le energie della protagonista fossero subordinate ad una sola centralità : la maternità.
In questa ottica si sviluppano gli altri rapporti di amore, affetto e spesso di tenerezza. E da qui si apre anche il dialogo con Dio.
La descrizione dei personaggi è molto intensa. Sono in genere caratteri a tinte forti. O estremamente positivi come il solido Dieter o la tenera cognata Marguerite. O terribilmente negativi come la suocera o il marito a cui neppure la pietas della protagonista restituisce dignità.
C’è molto simbolismo nel libro, anche nella scelta dei nomi. I genitori di Ildegarda la chiamano così in onore di Hildegard von Bingen, la Santa erborista del dodicesimo secolo. Da lei erediterà una passione delicata e tenace per le piante. Anche altri personaggi esprimono il potere del proprio nome e tra questi il più evidente è il dottor Angelico.
Inoltre alcune frasi hanno un costrutto un po’ anomalo. Mi sono chiesta se questo derivi dalla frequentazione della autrice con altre lingue oppure se sia una scelta atta a sottolineare la forza di certe parole.
In realtà, al di là dello stile, nel libro ci sono molte frasi che rimangono scolpite ed alcune pesano come macigni, ma ci sono anche immagini lievi e descrizioni poetiche. Un romanzo potente che può offrire spunti di riflessione a molti e forse rispondere alle domande di alcuni, che forse non sanno di averle fatte.

Einaudi stile libero
225 pagine
ISBN 978-88-06-21274-2

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2 thoughts on “Il tempo e’ un dio breve – Mariapia Veladiano

  1. Interessante spunto!
    Ardita l’impresa dell’autrice nel dar la voce di una madre al senso di incompiuto di ogni uomo sulla terra. Quasi una moderna Maria combattuta tra le ragioni del cuore, quelle della mente e quelle della fede. Incapace di trovarne un legame.
    In qualche modo mi incuriosisce ma, al tempo stesso, memore dei tanti libri che, con semplicistica presunzione, confezionavano storie in provetta a loro uso e diletto, sono un po’ frenato.
    Per intenderci, credo che chiunque si avvicini a questo genere di libro non lo faccia per avere delle risposte ma per un approccio di confronto, di convalida di alcune idee. Una questione di scambio, dove cioè non esiste chi vince e chi perde, una ragione e un torto ma solo un prendere atto di una nuova prospettiva o delle ragioni di una che invece è acquisita.
    Magari l’ho anche spiegata male ;).
    L’idea mi stuzzica…magari al prossimo salto in libreria mi prometto una occhiata attenta. 🙂
    Un saluto

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    1. Non l’hai spiegata male, Antonio.
      Come sempre sei molto chiaro e centri il punto.
      In questo romanzo non ci sono risposte univoche ed universali al grande quesito che sta alla base del romanzo. C’è invece la narrazione di un percorso alla ricerca di queste risposte. E la consapevolezza che questo percorso per ognuno di noi è unico e personale. E la consolazione di sapere che se questo cammino porta un carico di dubbi e rabbia, non significa che stiamo sbagliando, che ci stiamo allontanando da Dio, che la fede ci sta abbandonando.
      Questa ultima considerazione, come avrai immaginato, ha una connotazione autobiografica. Perché hai ragione, spesso si va alla ricerca della conferma delle proprie verità.
      A presto e ….. Chapeau!!!

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