Due di due – Andrea De Carlo

Questo libro mi ha lasciato una strana sensazione, come un rumore di fondo, una sorta di brusio che non sono ancora riuscita ad etichettare e che somiglia per certi versi ad una specie di fastidio. E’ abbastanza strano perchè per mia natura tendo ad estrapolare dalle cose che mi circondano gli aspetti più positivi e in particolare nella lettura a premiare l’intento dell’autore perchè, diciamolo, scrivere non è affatto semplice. Avrei voluto farlo anche per questo libro, ma sinceramente mi ha lasciato alquanto perplessa. Potrei dire che è in parte dovuto al momento in cui l’ho letto (non ero propriamente in vena) o che si tratta di una questione di gusti (sicuramente sarà piaciuto a molti)…

Ma anche no.

Più ci penso e più mi convinco che è proprio colpa del tono monocorde della storia. Il fatto è che non ci sono picchi o passaggi entusiamanti e anche i momenti di tensione sembrano essere quasi filtrati; l’autore ha abusato di descrizioni e dell’imperfetto che si trascina fino all’ultima pagina con solo alcuni accenni di dialoghi.

Eppure l’argomento è interessante e secondo me avrebbe meritato un’impostazione differente. Mario, la voce narrante, e Guido, l’amico scapestrato, riflettono gli atteggiamenti e la condizione della loro epoca, gli anni ’60 e ’70, brulicante di anarchici, comunisti, neofascisti senza una direzione precisa, spesso in lotta tra loro ma accomunati dalla stessa smania di opposizione allo stato di fatto. I protagonisti vivono esperienze ai limiti della moralità ed esprimono quel senso di saturazione che hanno provato molti giovani sessantottini. Una saturazione che sfocia nell’annichilimento e nell’eccesso o nel completo ribaltamento della civiltà meccanizzata per un ritorno ad una dimensione umana nuovamente sostenibile.

Queste due facce della medaglia sono proprio Guido e Mario che diventano amici sui banchi di una scuola milanese e crescono nella coscienza di voler produrre un cambiamento. Ma mentre Guido lo fa ricercando senza successo un’indefinita dimensione ideale, scrivendo, vagando di città in città e stabilendo relazioni provvisorie, Mario si rifugia invece in una cittadina di campagna in cui fonda, non senza sforzi, una piccola azienda biologica ad impatto zero e a conduzione familiare.

Essendomi ritornata quella strana sensazione di cui vi dicevo all’inizio, preferisco interrompere qui…! Sappiate soltanto che, purtroppo, anche l’epilogo non mi ha soddisfatto.

Cose che capitano…

ET Einaudi
pag. 374
ISBN 8806173073

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5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Antonio ha detto:

    Ciao Natalia,
    credo di capire a quale sensazione ti riferisci quando parli di senso di fastidio. Ne sto provando una simile io nella mia attuale lettura.
    Descrizioni lunghissime quanto inutili che sviliscono la storia, ne rubano spazio e senso qualche volta. Se poi a farcire il tutto si inseriscono anche tanti giri mentali inconcludenti, e tante visioni troppo artefatte…magari si raggiunge davvero il limite del tollerabile. 🙂
    Forse è questo il senso di fastidio cui accennavi?
    Per chi ama la lettura è un imprevisto pessimo e ti ringrazio della segnalazione.
    Molto probabilmente se avessi letto la quarta di copertina i presupposti m’avrebbero indotto all’acquisto. O magari no?
    Ma adesso so a cosa potrei andare incontro!
    Un saluto

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    1. Natalia ha detto:

      Bene, anzi male! Mi dispiace che sia anche tu impantanato in una lettura poco entusiasmante. Ma cosa stai leggendo (così eviterò una spesa avventata)?
      Comunque sì, la sensazione è proprio quella, ma più che altro a contribuire al fastidio è stato decisamente i tono. L’ho trovato come un racconto stanco di ricordi in parte sbiaditi (!).
      Ovviamente de gustibus! Sicuramente qualcuno l’avrà apprezzato……….

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  2. Antonio ha detto:

    Beh sì, il mondo è bello perchè è vario 😉 .
    Attualmente sto leggendo “La fortezza della solitudine” di Jonathan Lethem, un romanzo ambientato nell’america degli anni 70 e che si sviluppa, attraverso la storia di due ragazzini, uno bianco ed uno nero, fino agli anni 90. Tratta l’integrazione, il tema razziale, l’importanza della musica, dei ruoli, delle sopravvivenze in una Brooklyn stigmatizzata in 4 vie abitate quasi solo da neri.
    Ha un’anima interessante il romanzo peccato, però, che lo stile di scrittura sia ossessivamente pieno di descrizioni, titoli di canzoni, date, intrecci mal descritti. La sensazione è che non riesca a tener ferma l’attenzione su nulla, pur descrivendo fino allo spasimo, creando una nuvola confusa di personaggi, ambienti e situazioni. Boh…sono verso la fine e sta lentamente prendendo senso ma ho davvero fatto fatica e non lo ritengo un gran traguardo per un libro.
    Come tu stessa dici … de gustibus … magari qualcuno tutta questa fatica non l’ha fatta!
    Un saluto 🙂

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  3. Angiolina ha detto:

    Io credo che sia sbagliata la tua età. 🙂 Nel senso che De Carlo è meraviglioso da leggere…quando hai fra i 15 e i 18 anni. A me a quell’età era piaciuto tantissimo questo libro. Poi De Carlo è così: monocorde, sempre lo stesso tema, in tutte le varianti. Tutti i suoi romanzi sono simili/uguali, in alcuni casi è sufficiente cambiare i nomi dei protagonisti. Però è così Nat: o piace o non piace. Perciò io credo che se tu avessi 16 anni ti piacerebbe…forse 🙂

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    1. Natalia ha detto:

      L’adolescenza va a nozze con alcuni degli ideali presenti in questo libro, come la libertà e l’amicizia che dura per sempre. E forse da ‘cciovane’ mi sarebbe anche piaciuto… Chi può dirlo?!
      Seguirò comunque il tuo consiglio e leggerò ‘Di noi tre’.
      Se il risultato sarà come questo, sappi che dovrai farti perdonare!!! 😛

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