La Signora di Ellis Island – Mimmo Gangemi

La storia mi ha sempre affascinato: epoche più o meno tragiche che si susseguono, strato dopo strato, depositandosi sull’umanità, costruendo lo scheletro, i muscoli, gli organi, la pelle e l’animo degli uomini.

Perdonate quella che vi sembrerà una visione alquanto egocentrica ma, sono dell’opinione che l’alternarsi di vicende, personaggi, guerre, scoperte, drammi e gioie del passato, abbia contribuito e portato materialmente al mio “essere” nel mondo: se io esisto, vivo in un certo modo, penso e parlo con un certo linguaggio è anche merito degli antichi egizi … dei romani … di Dante … di Cristoforo Colombo … di Giuseppe Garibaldi … e di tutti quegli anonimi che con la loro vita “qualunque” hanno permesso la creazione del mio “mondo qualunque”.

Potrei essere tacciata di estremo romanticismo e di qualunquismo nella visione personale che ho della storia, ma non mi importa, se questo vuol dire dare importanza e luce a fatti e argomenti che troppo spesso vengono letteralmente scaricati in un dimenticatoio comodo e gratificante, per lasciar posto alla più sfavillante e attraente luce della decadente comodità moderna.

Uno dei periodi che da sempre ha attirato la mia attenzione e quello dell’emigrazione di inizio ‘900: milioni di poveri contadini italiani, partono alla volta del nuovo continente. Quell’America foriera di possibilità e nuove esperienze. Quell’America che non lo ammetterà mai ufficialmente, ma deve dire grazie anche al popolo italiano se adesso è quello che è.

Questa piccola digressione per introdurre il libro che ho appena terminato e il motivo che mi ha spinto a leggerlo.

“La signora di Ellis Island” di Mimmo Gangemi narra la storia, quasi centenaria, di una famiglia  calabrese: in una terra “difficile” da vivere, la caparbietà e il credo di un uomo, porteranno all’evolversi di due generazioni.

Giuseppe vive in Aspromonte e, all’alba del 1902, ad appena ventun’anni, decide di imbarcarsi con alcuni compaesani su un piroscafo diretto alla Merica. A casa lascia i genitori e i suoi fratellini, in quanto lui, figlio grande, ha il dovere di dare un aiuto concreto alla sua famiglia e magari il nuovo paese potrà essere l’occasione di svolta per tutti.  Dopo un viaggio lungo ed estenuante a bordo di una buia e maleodorante stiva, approda a Nuova Yorka, ed in particolare ad Ellis Island, luogo deputato alla scelta di chi entra alla Merica e chi invece viene subito rispedito a casa. Qui Giuseppe, grazie all’apparizione di una donna con un mantello azzurro e un bimbo in braccio, viene aiutato ad entrare.

Il nuovo continente sarà il suo paese per cinque lunghi e duri anni, periodo passato lavorando prima in miniera e poi in acciaieria, con l’unico scopo di accumulare soldi per rientrare in paese e poter comprare delle scarpe a suo fratello, un corredo a sua sorella, un terreno per suo padre e far vivere dignitosamente la famiglia.

Al suo rientro è visto come un eroe e un benefattore dalla famiglia e comincia così la sua nuova vita.

Quella signora incontrata inaspettatamente ad Ellis Island lo accompagnerà in tutte le scelte di lì in avanti ed avrà un peso fondamentale anche nelle generazioni a venire, che nel libro seguiamo fino agli anni ’70.

Devo dire la verità: mi aspettavo un libro diverso, nel senso che pensavo fosse centrato soprattutto sulla storia degli italiani emigrati e della loro vita in America, al contrario questa è solo la parte introduttiva. I tre quarti del libro si svolgono in Italia: attraverso le due guerre mondiali, il fascismo, la storia delle colonie, della ‘ndrangheta e di tutto quello che può essere definito passaggio al progresso.

E’ stata una bella scoperta. Gangemi riesce a raccontare con una scrittura fluida e mai banale i drammi e le passioni di uomini che hanno dovuto lottare per costruire le loro vite. Il dolore nell’abbandonare la propria terra alla volta di un paese del tutto estraneo: nuova lingua, nuovo clima, nuovi lavori.  Il terrore nel combattere guerre decise da altri, la voglia impossibile da reprimere di ritornare a casa e il cuore gonfio di ansia e paura, nell’attendere la notizia della caduta del proprio caro in battaglia. L’ostinatezza nel portare avanti certe scelte “impopolari” perché in linea con i propri valori.

Il filo conduttore dell’intero libro è il peso che alcuni avvenimenti possono avere sulle decisioni di ognuno, ma a mio avviso, anche l’importanza della determinazione nel percorrere determinate strade.

Giuseppe lavora incessantemente e duramente per 60 anni con l’unico scopo di poter dare una svolta al futuro della sua famiglia. Il tempo è duro e inflessibile con lui, ma la sua caparbietà lo porta ad affrontare tutto a testa bassa e con un unico obiettivo: ce la devo fare.

Una particolarità godibile della scrittura di Gangemi è l’uso continuo di parole dialettali inserite nel discorso. Portano il lettore a sentirsi ancora più profondamente parte del mondo di Giuseppe.

Una lettura che mi sento di consigliare perché riesce a fornire uno spaccato di vita semplice e al contempo complessa. Giuseppe potrebbe essere chiunque.

Ognuno, una volta o l’altra nella vita, sente il bisogno di cambiare rotta al proprio destino, ma la questione è: cosa si è disposti a fare per questo?

ISBN 9788806200077
Anno 2011
Edizione: Giulio Einaudi Editore
pgg. 626
www.domenicogangemi.it

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Antonio ha detto:

    Bel libro davvero!
    E’ stata una bella lettura anche per me: spiazzato anche io dal titolo, in un primo momento, mi sono, invece, piacevolmente ritrovato all’interno di un racconto realista e vivo.
    Il mondo pragmatico di Giuseppe, le sue convinzioni, le sue ostinate certezze mi sono arrivate come in una pellicola con un effetto davvero inaspettato e, come sottolinei tu stessa, godibilissimo.
    Sono completamente d’accordo.
    Sono della tua stessa opinione anche per quel che riguarda il filo conduttore dell’intero racconto: la semplice differente interpretazione di un fatto, di un avvenimento qualunque può segnare una vita, ri-direzionarla completamente.
    Non esiste un oggettività assoluta: la vita di ognuno non è altro che una serie di foto scattate in soggettiva, con la propria luce, la propria angolatura ed propri soggetti, una soggettività tale da far sembrare anche le variabili parte di una selezione precisa.
    Per rispondere alla tua domanda finale:
    Cosa sarei disposto a fare io oggi per cambiare il corso del mio destino?
    …probabilmente qualcosa di lontanamente simile al travaglio di Giuseppe, prima, e a quello di suo figlio, poi, l’ho vissuto anch’io con il mio infinito girovagare per la nostra amata/odiata Italia subito dopo l’università, reinventandomi ognivolta una identità lavorativa e tutto quell’insieme di cose che si lasciano partendo; certo, non so cosa avrei potuto fare e non fare … una bella domanda cui mi sono accorto di non saper rispondere completamente!
    Un saluto 🙂

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    1. Antonella ha detto:

      Effettivamente, come dici tu, una verità oggettiva non esiste e questo è vero anche per le motivazioni personali che spingono a cambiare direzione alla vita.
      Ognuno riveste le scelte di un significato diverso: c’è chi lo fa per noia, chi per obbligo (come ad esempio te per quanto riguarda il lavoro), chi per necessità, chi per fuggire da qualcosa ecc ecc
      Nel libro infatti Giuseppe è mosso dalla necessità di elevare la sua condizione: la sua terra non gli offre possibilità di mantenere dignitosamente la famiglia e quindi, seppur a malincuore, abbandona tutto e parte, ma sempre col fermo proposito di ritornare a casa. Suo figlio invece ha voglia di cambiamenti e nuove esperienze, la sua terra gli sta stretta e potrà apprezzarla realmente solo alla fine di un lungo viaggio per il mondo.
      E’ comunque sicuramente sempre un salto nel buio … e non sempre si ha la certezza di non spiaccicarsi al suolo 😉

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  2. Elena ha detto:

    Bello davvero !! Scorrevole, interessante, lo consiglio davvero a tutti.

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