Settanta acrilico trenta lana – Viola Di Grado

Questo testo mi è stato consigliato dal nostro collega Stefano, il quale mi ha anche suggerito di iniziare a leggerlo senza curiosare su chi fosse l’autrice, altrimenti avrei potuto addirittura essere dissuasa dall’acquistarlo. La cosa ha stuzzicato il mio interesse e dopo qualche giorno ero già a sfogliare la prima pagina. Lasciando per un momento da parte la storia a tinte cupe (che non ho trovato particolarmente entusiasmante), l’aspetto che salta più all’occhio fin dalle prime righe è straordinaria capacità della giovane autrice di concepire immagini insolite e accostamenti noir che diventano l’espressione diretta dello stato d’animo della protagonista, provata da una triste e torbida vicenda familiare i cui strascichi compromettono la salute psichica sua e della madre. Per farvi capire meglio, vi cito alcune righe in cui si fa riferimento al sole invernale di Leeds:

‘La finestra si spalancava su un sole finto, uno schizzo di tuorlo sul bianco malato del cielo’

‘Quanto al sole, poveraccio, era un puntino esausto incastrato da qualche parte tra gli alberi secchi’

‘Ed è lì che scoprii un sole sguaiato, enorme, rigurgitato misteriosamente da qualche buco dell’inverno, che se ne stava proprio davanti casa mia, come un cane pulcioso che vuole entrare per leccarti il cibo sulla tavola’

Per ritornare alla vicenda, la protagonista e la madre vengono sopraffatte dal dolore di una perdita che si somma a quello di una fiducia violata, condizione che non consente loro di reagire, costringendole a vivere giorno dopo giorno solo per forza di inerzia. Nonostante la giovane tenti in alcuni frangenti di risalire a fatica il fosso (la parola non è scelta a caso, ma per capire perché dovrete leggere il libro!) in cui è stata spinta dagli eventi e veda aprirsi uno spiraglio di luce, le azioni degli altri la riportano irrimediabilmente al punto di partenza. E lei perde il contatto con la realtà, seguendo il percorso tracciato dalla madre, lasciando il mondo e le parole fuori dalla porta di casa: i giorni e le ore si susseguono senza più avere un ordine logico e l’inverno di Leeds fagocita tutto, anche le altre stagioni, non consentendo ai caldi colori della primavera di prendere il sopravvento, colori che ferirebbero lo sguardo di Camelia. L’autrice ha scelto per la protagonista proprio il nome di un fiore, ma lei odia i fiori: li calpesta, ne taglia i boccioli, strappa i petali perché la loro bellezza la turba:

‘La bellezza non c’è mica bisogno di cercarla, la natura te la sbatte addosso appena ti distrai un attimo. Se non fai attenzione camminando verso il centro ti ritrovi circondato da un’orgia di fiori gialli, e allora che puoi fare se non distruggerli, io li ammazzavo a uno a uno, li strozzavo con orgoglio necrofilo dentro la borsa.’

Camelia ce la mette tutta per non incrociare la natura nelle sue forme più sgargianti, ma in particolare fa di tutto per coprire la sua di bellezza, copia imperfetta di quella assoluta e distante della madre. Questa sorta di complesso di inferiorità fa sentire Camelia inadeguata e la spinge a ricercare delle forme di espressione e relazioni che mortificano il suo corpo. L’esaltazione della bruttezza come condizione umana è spiegata in maniera lampante in queste righe:

‘Provateci a farmi credere che è la bellezza che cerco. Come se io fossi così banale. La bellezza c’è già. C’è dappertutto. Dio l’ha fatta in sei giorni e da allora non se ne va più, c’è in tutto quello che ti cresce intorno senza permesso. La bruttezza invece ci vuole l’uomo per farla, è una forzatura, una stortura dell’ordine cosmico. Ci vuole l’uomo per sparare il cemento sulle gardenie. La bruttezza è più umana. E’ potere. E’ una storia vera senza morale che comincia dalle mie forbici e finisce sull’acrilico fiorito di tutte le maglie fortunate. La bruttezza è un ghetto che si trova in casa mia al primo piano nella mia stanza. La bruttezza sono i geni del mio corpo che vendono l’anima al diavolo.’

E’ meglio che adesso chiuda qui la mia considerazione sul libro, altrimenti va a finire che, citazione dopo citazione, ve lo riporto tutto…! Un’ultima cosa. Dopo aver terminato di scrivere queste righe ho dato un’occhiata alle interviste dell’autrice e devo dire che è decisamente un personaggio sui generis…

Editore: Edizioni e/o
ISBN: 978 8876419478
pag. 189
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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Elena ha detto:

    Lo ammetto gli elementi ci sono tutti, il collega che mette una curiosità passesca (Stefano devi farti pagare per la pubblicità), Leeds città che ho visitato e che non ricordo affatto come triste e grigia, (forse ho avuto la fortuna di beccare l’unico giorno di sole all’anno?), l’autrice che ha studiato lingue orientali a Torino, (io lingue non orientali a Torino ;-)), lo stile accattivante… e poi lo ammetto, non ho seguito il consiglio di Stefano ed ho subito curiosato sull’autrice, tipino eccentrico devo dire. Insomma gli elementi ci sarebbero tutti, è l’argomento che mi spaventa….. Cmq Natalia mi ha generosamente prestato il testo, Vi saprò dire a breve …..

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    1. Natalia ha detto:

      La storia può piacere o meno (de gustibus!), ma secondo me passa in secondo piano rispetto alla forma. Personalmente più che il contenuto, ho davvero apprezzato il modo in cui è scritto, con dettagli originali, contrastanti e fuori dagli schemi. In fin dei conti un pò come l’autrice…! Aspetto il tuo parere e un altro consiglio di Stefano, così non pesco a caso tra i libri 🙂

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